
49 gol spettacolari di Davide Martini, playground, nella collana High School
Vi dico subito: leggete ‘sto libro.
Di rado parlo dei libri che leggo, perché mi scoccio, non me ne va proprio, non so’ bravo a rendere quello che ho letto, e poi di solito faccio più un danno che altro, all’autore. Di questo libro parlo perché non ho ben capito perché, a distanza di un mese dalla mia lettura, continuo a pensarci. Provo a scriverlo, chissà che non mi si accenda una bella edison natalizia tra le sinapsi, addobbando i miei neuroni come les champs elysees il 24 dicembre
.
Dunque, Lorenzo è uno studente diciassettenne, integrato nel suo gruppo di amici, i suoi compagni di scuola. Ha un’amica speciale, Giulia, più di un’amica del cuore, meno di una fidanzata. Il nuovo anno scolastico, Riccardo, ossia il nuovo compagno di classe venuto da Roma (uno figo, aura da maledetto, mi pare di capire; la storia si svolge in un paese non specificato della provincia romana), e anche la prima volta, con Marta (una che te la tira dietro, in sostanza), in una session che potrei chiamare la never ending trombata (i.e., Lorenzo fa fatica a raggiungere l’orgasmo). Arriva perciò il dubbio sulla propria identità sessuale; quindi la prima volta in chat per beccare (classico) la checca matura di turno che accalappia i ragazzetti confusi; il tenero tentativo di protezione operato da Riccardo, che piomba al primo appuntamento di Lorenzo con il ‘maturo’ di cui sopra, il primo bacio, l’amore, problemi di accettazione, il giudizio degli amici, la gelosia, litigi, eccetera (ahò, e che vi devo dire tutto? Se volete conoscere tutta la storia leggetelo, no?, mica sto qua a farvi il riassuntino!).
Davide Martini sceglie una narrazione che divide in mesi il coming out del protagonista (pardon, il suo anno scolastico ;))). Ogni tanto, a dividere un mese dall’altro, compare un intermezzo, una sorta di diario segreto (si spera) di Lorenzo (quel ‘si spera’ m’ha fatto piegare): ecco, questi intermezzi mi piacciono assaje; mi piace soprattutto l’onestà intellettuale e la cruda ironica intelligenza con cui il protagonista si pone delle domande (L’importanza di essere etero (?); Freud: padre assente e madre castrante=gay. E se sono assenti entrambi che succede?), domande derivanti dalla genuina mancanza di esperienza (Come fanno sesso due uomini?) o dalla pulsione fisiologica che si avverte dopo la ‘prima volta’ (Ma è credibile che Maurice (di Foster, ndr) aspetti i trenta per scopare?), e anche per le inferenze sul socially (s)correct massmediatico (Ma perché Will di Will & Grace non bacia mai il suo fidanzato mentre Grace lo fa continuamente?) e per quella punta di cinismo un po’ impaurito (Mamma, se trovi questi appunti sono pura opera di fantasia) - solo per citare qualcosa, dal primo intervento dal ‘diario segreto’.
Il linguaggio, anche questo, onesto. Martini scrive come parla, abbandonando qualunque fronzolo letterario, una lingua comune (comune, nel senso di ‘vera’), snella e veloce (come quella degli adolescenti, appunto), del tutto italiana (importante ‘sto fatto: italiana!) e che non si compiace mai e non strizza l’occhietto a un certo slang giovanile che – che sfaccimma – che uno si ritrova in qualunque testo che parla di pubertà e adolescenza. Ecco, questo già mi appiccia qualche assone, qualche biancale già lo vedo, anzi, una bella ‘botta a muro’. Perché mica è facile scrivere accussì. Che poi Martini scrive anche in altro modo, con altre tecniche (avete letto il suo racconto Il corpo di mio padre, su men on men 5, a nome Ialeggio? Fatelo!). Una stella nascente? Non so, vediamo. Un talento, questo sì.
Un po’ di motivi ve li ho dati, non siate così cattivi con me. Lo so che non so’ proprio Eco in qualità di recensore…
Azz, funziona. Lo so che funziona, funziona sempre con me. Quando non capisco una cosa, provo a scriverla. E così, di botto, mi si appicciano tutte le lampadine di cui sopra.
Invidia, nel gioco delle possibilità (un po’ perle di vetro). Ecco il motivo che non trovavo.
L’ambiente nel quale si muove Lorenzo è un ambiente abbastanza confortevole, un po’ upper class si direbbe. C’è una scena che non riesco a togliermi dalla testa. Lorenzo e Riccardo hanno litigato, e Riccardo è andato via da scuola, è tornato a Roma (ah sì: per capire la scena dovete sapere che in precedenza, per punirlo, i genitori di Lorenzo gli avevano tolto il bancomat). Una serie di telefonate anonime di Riccardo a Lorenzo per più di un mese. Lorenzo decide di raggiungere Riccardo.
Va via una notte, prende lo zaino nell’armadio, mette una giacca, sta aprendo la porta di casa cercando di non far rumore.
- Lorenzo? Dove vai?
Mi voltai con un piede già oltre l’uscio.
Mio padre era in piedi, pigiama e ciabatte, al centro del salone.
Il primo istinto fu quello di andarmene e chiudermi la porta alle spalle. Ma poi lo guardai e provai una grande tenerezza: aveva gli occhi stanchi e un ciuffo di capelli formava una cresta disordinata su una tempia.
- Devo andare a riprenderlo – dissi.
Lui mi fece cenno di abbassare la voce.
Si trascinò fino all’ingresso, rovistò nella tasca interna della giacca che penzolava dall’appendiabiti ed estrasse il mio bancomat dal portafogli.
- Non pensare che mi preoccupo solo dei soldi, è che su tutto il resto non sono bravo – sussurrò.
Chi mi conosce sa che ho avuto una vita non proprio facile (ma vi perdono, non è colpa vostra
). Ma è quella tenerezza con cui Lorenzo guarda il padre che mi uccide la salute. Una tenerezza che entra nel mio mondo possibile, nel mio aggancio quasi psicotico, quasi una mancanza, un modo che conosco bene, una pura e feroce tenerezza che, a differenza di Lorenzo (più fortunato), non ha trovato il contralto in quel ‘su tutto resto non sono bravo’, che da figlio avrei perdonato non una ma centomila volte a mio padre. Ecco, in questo invidio Lorenzo. In questa possibilità che io non ho avuto.
Una lettura parallela, che i miei neuroncelli ormai folgorati dalle luminarie suggerisce è questa:
Al centro di Fedora, metropoli grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un'altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l'altra, diventata come oggi la vediamo.
In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo:
ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginando di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall'alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovo più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o Grande Khan, devono trovare posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte egualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario ma non lo è ancora, le altre ciò che è immaginato come possibile e dopo un minuto non lo è più.
Da Le città Invisibili, Calvino
- Perché proprio 49?
- In che senso? – chiesi mettendo in pausa.
- Perché non 50? È un numero tondo.
Mi voltai verso di lei.
- È una mia teoria, ma c’è un posto per il gol perfetto che ancora nessuno ha mai fatto.
Non capisco bene la teoria di Lorenzo; di certo però questo libro non è in fuorigioco.
bacini e bacetti a tutti - gj