oggi acqua storta a Ferrara
annunci, - acqua storta - [l'ho messo mercoledì, 01 luglio 2009 ]
Melbookstore - Ferrara - Piazza Trieste e Trento
>>> mercoledì 1 luglio - h.21.30 <<< L.R.CARRINO presenta ACQUA STORTA
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A se stesso - Giacomo Leopardi
musica, poesia [l'ho messo martedì, 23 giugno 2009 ]

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l'infinita vanità del tutto.

Prodigy - Pendulum remix

la mia tua parola
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Stamattina mi sono svegliato con tre canzoni di Grazia di Michele
[l'ho messo domenica, 21 giugno 2009 ]
Volubile, con Pietra Montecorvino



Io e mio padre




Storia di una polena
la mia tua parola
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Amore di donna - pagg. 118-120
- amore di donna - [l'ho messo sabato, 20 giugno 2009 ]

31 maggio, notte

Seduta sul pavimento, la luce da sotto la porta, i fogli, la penna. Dovrei dormire, senza il Remeron è impossibile. E poi la civetta canta sul pero e la lucciola è sul melo. Ci sono le cicale, la formica e la cicala, la formica lavora.

La cicala canta l’estate e muore l’inverno. La formica no, ha lavorato tutta l’estate in previsione del freddo. Lo diceva sempre la nonna, bisogna lavorare d’estate per sopravvivere a dicembre, a gennaio, al febbraio di ogni gelido anno. Sento la civetta ma è presto, non dovrebbe cantare a quest’ora, non dovrebbe cantare a maggio. C’è una civetta che è sempre qui, la sento sbattere sui vetri della camera dove dormo. Sbatteva sui vetri anche quando vivevo con i nonni. Sentivo il suo canto sciagurante riempire le mie orecchie, paurarmi tutta la notte. Nel letto sentivo la nonna pregare: "Maronna mia bella fa’ sta’ buone a tutti quante". La nonna piangeva al canto della civetta, diceva che era di malaugurio, che qualcuno sarebbe morto di lì a poco. E puntuale veniva la morte a esigere il suo tributo, un vicino, un parente, un fratello.

Mi impauro. Si può scrivere mi impauro? Il canto mi mette nella bocca la paura di morire al buio, senza vedere, senza un odore, senza un senso, mi lascia da sola con Mario e con zio Giggino. Stanotte Luca non è ancora arrivato. Sotto la finestra vedo i capelli di mia madre al sole, le mutande di mia nonna stese ad asciugare. Nella stanza si spande l’odore pungente di mio nonno, un misto di sigarette Nazionali senza filtro e di sudore, il sudore nero che si accumulava nelle rughe profonde della sua fronte. Non è mai venuto a trovarmi, mio nonno. Solo in sogno.

Ho un cofanetto, ho poche cose, dentro il cassetto del comodino. Devo prenderlo, farmi spazio tra di voi. Le cose che sono, tutte le cose che ho, stanno nel cofanetto, tutte lì dentro.

La luna è alta nel cielo, la lucciola è sul melo con la civetta che canta. Sfioro Luca con il braccio, ha i denti sporchi di nutella. Finalmente è arrivato. La presenza di mio fratello mi rassicura. Nessuno potrà farmi del male davanti a un bambino. Vedo il piede della mamma, seduta sulla sedia a rotelle, arrivo al comodino. Apro il cofanetto.

Due bottoni, uno grande da cappotto, da cappotto di Astrakan indossato per il freddo di Milano, una mattina al Duomo, un bottone di femmina, un bottone di madre. E un altro bottone piccolo, da camicia, da camicia con petto dietro. Due bottoni vogliono dire qualcosa, qualcosa che mi insegna a farmi vedere una verità mia. Due fotografie vecchie, non si vedono quasi più le facce, sono due Polaroid senza più colori, diventate completamente gialle, scattate nello stesso anno, due fotografie che ho ricevuto dalle mani di papà, dalle sue stesse mani. Una piuma bianca di gallina faraona. Un ago incastonato nel rocchetto di filo nero, per bucare i vestiti o mettere un piccolo bottone o sentire la nostalgia della mano. Perché non può essere abitudine, questo gonfiore sul dorso della mano senza di te. Perché mi fanno male i denti stanotte e uso l’ago come stuzzicadenti. Un mucchietto di fogli maltrattati, sporchi, tenuti con un elastico, sono i fogli del quaderno che ho scritto quando ero dai nonni. Era un quaderno speciale, l’ho bruciato prima di venire via dalla masseria. Ho salvato questi fogli, solo questi del mio quaderno Tom, così lo avevo chiamato, come Tom di Tom e Jerry. E poi un foglietto di carta cerata, uscito dai baci Perugina. È troppo piccola la scritta, non riesco a leggerla, la conosco a memoria. “Che l'amore è tutto ciò che esiste, è tutto ciò che noi sappiamo dell'amore”. L’ho trovato nel primo Bacio che mi ha dato Mario, alla stazione di Napoli.

Rumore fuori. Gli infermieri del turno di notte. “Vado a vedere io”. Mi sono buttata subito sul letto. Dormivo. Ho fatto finta. La porta si è aperta. Luca, zio Giggino e papà si sono dileguati. Luce. Luce forte. Samuele ha richiuso. ”No, sta dormendo”.

Zyprexa, una Lilly 4112 da 2 mg e mezzo. Mi tiene assurdamente sveglia. La civetta ha smesso. La quercia è sola nella notte. La notte è indecisa. Vedete? Non sa se restare o andare, se farci mangiare un coniglio alla cacciatora o un piatto di pasta pieno di cipolle cotte. Non sa se spaventarci o abituarci al buio. Ma noi no. Noi siamo qui sempre, siamo esperti noi della notte, siamo abituati. L’abitudine è la malattia che nessuna medicina guarisce.

 

Rimani tu da solo. Sei sempre l’ultimo. Sono andati via tutti. Sei stato qui, tutti questi anni, con le scintille, la mascherina per proteggerti gli occhi, hai saldato la tua presenza sul pavimento della mia stanza. Perché non hai detto mai niente?

Tutte le scene si svolgono al centro della stanza. Qualche volta ci sono anch’io, stanotte ho otto anni. Mia madre è sulla sedia a rotelle, non riesco a vedere il viso. Sotto la scrivania ci sono le interiora del coniglio che ho ammazzato una domenica di novembre mentre tu, in piedi, con la cassetta a tracolla con i popcorn, le bibite, i gelati.

Una sera. Mi portasti con te al cinema. Io volevo il piedone al cacao e vaniglia, non c’era. Ci mettesti un bel po’ a convincermi, alla fine presi la scatola di palline di cioccolata, c’era anche il gelato nelle palline, la bomboniera. Zitto, seduto sulla poltrona rossa nel fumo delle sigarette, non toccavo terra con i piedi e dondolavo le gambe. Non ricordo il film, passai tutto il tempo a guardare in alto il fascio di luce che partiva da dietro le mie spalle e si allargava sullo schermo gigante, ipnotizzato dalla danza che la polvere ballava nel fascio di luce e finiva poi sulle facce gigantesche degli attori.

Sono stato felice quella sera, te lo voglio dire papà.

Stringimi forte prima di sparire, abituati a me, prima che faccia per sempre giorno.


 


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